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martedì 26 luglio 2011

Amy

Non sono mai stato un fan di Amy Winehouse, Macrileo una volta mi ha prestato il suo primo cd “Frank”, l’ho ascoltato, ma non mi entusiasmava più di tanto, come non mi entusiasma il Jazz/soul e quello era puro Jazz/soul. “Back to Black”, dal suo secondo disco, invece l’ho sempre amato, perché di quel pezzo mi è sempre arrivata quella “magnifica” malinconia degli archi che rendono meravigliosa quella voce calda che canta “You go back to her, and I go back to black”.
E poi il video in bianco e nero, stile Anton Corbijn, del cimitero vittoriano con lei che avanza  a piedi, spavalda, davanti alla macchina, in rallenty. Quasi in segno di sfida.
La sua morte, come anche quella di Cobain, mi fa riflettere su quanto veramente  il concetto di felicità sia relativo e assolutamente non intercambiabile fra gli esseri umani: ciò che ci rende felici intimamente può essere lontano mille miglia dagli stereotipi della fama e del successo. Invece la nostra società ci porta a ricercare il benessere al di fuori di noi, facendoci credere che una volta ottenute quelle cose (soldi, fama, successo)saremo automaticamente felici. Purtroppo non è così, magari lo fosse, nessuno può scappare da sè stesso.
Mi piace pensare alla morte di Amy o di Cobain come ad un monito per le generazioni future: non sentitevi inferiori se non siete “famosi”, inseguite i vostri sogni e fate di tutto perchè quello che inseguite nel tempo siano sempre i vostri sogni.
Un saluto, Mauro.

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